L’Europa ha pagato 170 miliardi extra costi
L’Europa in meno di un anno ha pagato al resto del mondo 170 miliardi di euro in più (pari all’1,3% del pil europeo), in termini di maggior esborso complessivo, a causa degli aumenti dei prezzi energetici e, tra i maggiori beneficiari, c’è la Russia di Vladimir Putin.
Lo segnala un documento del Centro studi di Unimpresa sullo scenario economico internazionale. Uno degli elementi più preoccupanti, in questa fase, è l’inflazione.
A settembre la Bce potrebbe alzare i tassi di interesse di pochi decimali anche se per ora non c’è accordo nel direttivo dell’Eurotower: si ragiona su un aumento di mezzo punto, probabilmente dello 0,25%.
Questa decisione serve per contrastare l’aumento dell’inflazione, ormai stabile sopra il 6% (livello ottimale è 2%), e per spingere la crescita economica. L’allungamento della guerra, però, potrebbe portare alla recessione in Italia e non solo.
La Bce fa la sua parte, ma non basta.
Per compensare l’inflazione, bisogna intervenire sugli stipendi e per farli aumentare ci sono due possibilità: aumenti concordati con i rinnovi dei contratti collettivi (sono scaduti oltre 50 ccnl di 10 milioni lavoratori) oppure un taglio importante delle tasse (Irpef) che faccia aumentare subito il reddito disponibile delle famiglie; e questa seconda ipotesi è da preferire, considerando che la congiuntura non consente alle imprese di apportare maggiori costi del costo del lavoro.
La Banca centrale europea insegue la Federal reserve americana su rialzo tassi e ricorda che negli Stati Uniti l’inflazione è oltre l’8%, in Gran Bretagna al 10%.
Ma il rialzo coi tassi coincide con la brusca frenata dell’economia: il problema per l’Europa e per l’Italia, pertanto, sarà la crescita zero o addirittura la recessione.
Questa situazione è confermata dalle motivazioni con cui la Commissione europea ha esteso anche per il 2023 il congelamento delle regole sulle finanze pubbliche il co. siddetto patto di stabilità.
In sostanza, la Commissione Ue è preoccupata per la forte incertezza causata dalla guerra, gli aumenti senza precedenti dei prezzi dell’energia e le continue interruzioni delle forniture di materie prime.
Tuttavia, l’Europa concederà flessibilità solo per ridurre la bolletta dell’energia con qualche sostegno mirato o per interventi per i rifugiati ucraini: non saranno più permessi interventi generalizzati che mobilitano miliardi solo per far girare l’economia, come il Superbonus.
Oltre al maggior esborso pagato ai maggiori produttori mondiali, la guerra in Ucraina e il continuo rialzo del prezzo dei prodotti energetici sono un danno diretto grandissimo per crescita industria italiana: si può stimare che il fatturato 2022 dell’industria italiana cresca solo dell’1,5%, ben al di sotto del più 4,9% stimato a ottobre.
Va ricordato che l’anno scorso c’era stato un balzo con l’industria tornata a livello pre-Covid.
Altro elemento critico legato alla guerra in Ucraina è il forte calo della fiducia di famiglie e imprese, con tutto il quadro, italiano e internazionale, pieno di incertezze: di qui le prospettive negative sulla produzione industriale: elettrodomestici meno 0,8%, autoveicoli meno 0,9%, mobili e arredamento aumento pari a 0.
Secondo le nuove previsioni, resteranno positivi nel 2022 solo i settori aiutati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza: materiali da costruzione più 5%, industria meccanica più 3,8%, elettrotecnica più 3,2% ed elettronica più 2,4%; stabile la farmaceutica con più 1,3%.
Raimondo Adimaro
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